Cambiamenti

Mamma Ova, per chi non lo sapesse, insegna la materia più bella del mondo: la matematica! (perché? Qualcuno lo può forse mettere in dubbio? Eh???).

Una mattina di luglio Mamma Ova si è svegliata e, scorrendo distrattamente le mail, ha scoperto che … Sì! Aveva ottenuto il trasferimento nel liceo scientifico poco lontano da casa, quello che era stato il suo liceo (e pure dello zio A. e di Papà Ovo), quello dove ancora insegna il suo professore di Latino.

Ed è stata travolta da emozioni contrastanti: felicità frizzante per una nuova avventura in una scuola stimolante, sollievo per la ritrovata vicinanza alla Ovetto house, ma anche tristezza per dover lasciare colleghi e anche qualche amico, turbamento e un leggero senso di colpa per non poter accompagnare i “suoi” ragazzi che da anni la sopportavano in classe. 

L’estate è scivolata via. Ha trovato, in qualche modo, il coraggio di dirlo ai colleghi e soprattutto agli amici, non molti, ma veri, con cui aveva condiviso – nel vero senso della parola – le fatiche e le gioie di questo strano mestiere, per quasi 5 anni. Si è ripromessa che continuerà a camminare accanto ad alcuni di essi, ha abbracciato con trasporto alcuni, ha accolto come un dono gli auguri per un buon inizio di altri. Ha risposto con un sorriso di amicizia agli sguardi tristi di chi la salutava, ha versato qualche lacrima nel segreto della sua macchina e, con non poca fatica, ha varcato in uscita il cancello della vecchia scuola per l’ultima volta da docente nella prima settimana di settembre. 

Tutto sembrava quasi pronto per il nuovo inizio. Rimanevano solo loro da affrontare. Loro che sono il vero motivo del lavoro di un insegnante. Loro che sanno essere così magnifici e logoranti, stupendi e insopportabili, sciocchi e profondi, immersi e sommersi, bislacchi e acuti, e tutto in manciate di minuti, in poche ore, in veloci giornate. Loro: i suoi ragazzi!

Così dopo aver passato varie sere a pensarci e ripensarci, dopo averne parlato con papà Ovo lungamente in modo appassionato, ha preso una biro e ha riversato su un foglio tutto quello che voleva dire loro. Eccolo.

Carissimi ragazzi,

quest’anno non sarò con voi, mi sono trasferita in un’altra scuola, in realtà poco distante da qui. Probabilmente sarete sollevati da questa notizia che forse è anche già trapelata. Ebbene sì, evviva … vi siete liberati di me! Niente più 11 verifiche all’anno, niente verifiche lunghe e difficili, niente estrazione per le interrogazioni, libero uso della calcolatrice e chissà quanto altro!  Ma, prima che vi gettiate nei festeggiamenti, vi scrivo qualche riga per raccontarvi qualcosa di voi e anche di me.

E’ spesso difficile dire per un’insegnante perché si è intrapresa questa strada. 
Nel mio caso, forse, perché amo la matematica, perché “vedo” le funzioni, perché sogno i numeri, perché mi piace il ragionamento, la potenza della nostra mente, la sua inesauribile energia. E non c’è nulla di più bello che trasmettere qualcosa che ami. 

Così ho pensato a questi anni insieme ma non mi è venuta in mente nessuna equazione o logaritmo, nessuna ellisse o radice quadrata. Ho pensato a cosa vorrei, in fondo in fondo, avervi insegnato. Di certo un po’ di matematica, sì. E spero anche un po’ di amore per lei, se non altro per riflesso di quello che anima me.

Ma soprattutto vorrei avervi insegnato che la vita vale, che a riflettere non può essere soltanto lo specchio ed essere ragionevoli è spesso più importante che avere ragione.
Vorrei avervi insegnato che non si può sempre rimediare, ma sempre si deve provare a farlo, si può chiedere scusa.
Vorrei avervi insegnato che le parole sono un’arma potente e il silenzio è spesso un’opportunità.
Vorrei avervi insegnato un pochino di umiltà e che il rispetto nasce dal rispetto.
Vorrei avervi insegnato a cambiare le cose e poi a cambiarle ancora. E ancora. E non solo alla vostra età. Sempre, quando serve.
Vorrei avervi insegnato a imparare, anche se servono anni e vari fallimenti, che troppo spesso confondiamo facilità e felicità, che la fatica è anche una “misura” della bellezza.
Vorrei avervi insegnato a stare insieme, a stare bene insieme.

Ci ho provato. 
Se anche una piccola, piccolissima parte di quello che vi ho insegnato è ancora presente in voi, allora non ci siamo “lasciati” completamente e sono e sarò ancora un pochino la vostra prof. 

Ora tocca a voi. Ragazzi, abbiate cura di voi. Non fermatevi mai, guardate avanti, imparate a vedere oltre il vostro naso. Non è tutto bianco o nero: anche il grigio è interessante e, se non altro, è spesso di moda… Camminate a testa alta, ma senza calpestare nessuno. Correte anche, quando serve, ma imparate a fermarvi in tempo. Non abbiate paura o vergogna di chiedete aiuto. Mai. Ricordate sempre che qualunque sia stato il voto preso nella verifica, non parla di voi, non vi “misura”, sia in positivo che in negativo. Voi siete molto di più di un semplice numero, siete la somma (… non algebrica, eh!) di esperienze vissute, di gioie, di delusioni, di incontri, di amicizie condivise.

Le nostre strade si dividono, ma vi seguirò da lontano e presto verrò a trovarvi di persona.

Ma sapete dove trovarmi. Io ci sarò. Sempre. Quest’anno e anche quando sarete più grandi: per un consiglio, per uno studio di funzione, per una delusione, per un integrale difficile, per una confidenza o anche solo per un saluto.

E ora brindate, su! Vi siete liberati di me… pensate a quei poverini che mi ritroveranno davanti a loro il prossimo giovedì…

Buona strada!

La vostra prof. di matematica.

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Le vacanze degli Ovetti… vista dagli Ovetti

Anche per i tre ovetti, le vacanze sono state “dense” di esperienze.
Pronti partenza… e Pica viene bloccata in aereoporto (si veda il post di settimana scorsa).
Nel gran trambusto, il Monno è in preda al panico: “Mamma non possiamo lasciar giù Pica! Dobbiamo portare anche lei!”. Mamma Ova lo rassicura che, effettivamente l’opzione di lasciare la più piccola in aereoporto e riprenderla dopo dieci giorni non le era passata per la testa.

Poi i cuccioli hanno attivato la loro (usuale) modalità “da viaggio”.
Pica ha iniziato a lamentarsi sempre di essere stanca (di solito verso le 9-9,30 del mattino) e di non farcela proprio a camminare, poi gambe in spalla e pedalava tutto il giorno senza problemi; crollo glicemico vero le 18, abbondante cena e la cucciola riprendeva incessantemente fino ad andare a dormire. In breve: una media di 16 km macinati ogni giorno senza problemi… ah si! Alle 9 del mattino dopo ricominciava con la storia del “non ce la faccio” e la ruota ricominciava da capo.

L’Ovetta, al contrario, stava sempre attenta a che non ci facessimo sfuggire nessuna tappa. Se mamma Ova ventilava l’ipotesi di andare a vedere quel museo… bisognava farlo! Magari si potrebbe andare… non si poteva più mancare! Il che è molto bello ed indice di grande gradimento… ma alla lunga mamma e papà erano costretti a scambiarsi ipotesi su dove andare in giornata tramite un codice criptato onde poter scegliere liberamente anche di “saltare” qualche tappa.

Il Monno dal canto suo ci ha imposto le sue “regole”: tutte le visite a carattere “storico-brutto” (trattasi di tutto quanto concernente il periodo della seconda guerra mondiale e/o della guerra fredda) devono essere fatte al mattino, massimo massimo ed in via supereccezionale al primo pomeriggio…. “Questo perché così dopo vediamo qualche cosa di più tranquillo e non penso alle cose brutte quando vado a letto!”

Tutto ciò detto…

A Berlino la coppia Monno-Ovetta in versione “brillante” bussa alla camera sbagliata in hotel. Alla domanda “Who is it?”, i nostri eroi simpaticamente rispondono “Siamo Genoveffi”, quando poi un assoluto sconosciuto si para davanti a loro il Monno scappa terrorizzato e l’Ovetta dice “scusa” (in perfetto italiano) prima di darsela a gambe levate.
Pica invece, scoperto che il muro divideva le due parti della città impedendo di passare, riassumeva il concetto appena appreso nel modo più filosofico possibile: “C’era il muro… alto alto… e non potevi andare di la… e se ci provavi ti sparavano… con le pistole…. quelle vere (!!)…. Eh, mizzega, però! Meno male che siamo nati dalla parte giusta.” 
L’Ovetta si impunta per andare a mangiare uno stinco con patate, panna acida e cocacola (papà approva, mamma meno), il Monno resta basito davanti ad una strana roba di plastica chiedendo ripetutamente cosa fosse e a cosa servisse (si trattava di una musicassetta!) e Pica dialoga con una cameriera (tedesca e nemmeno troppo simpatica) spiegandole (?!?) cosa mettere nella sua insalatona (this yes… this no,…. This yes… this no…)

Ad Amsterdam grande stupore in tutti e tre i nanetti per quelle strane persone vestite un po’ da carnevale ma non proprio da carnevale carnevale… “Papà ma quella è mezza nuda!,…. Mamma, ma quello che capelli ha?”…. effettivamente non ci aspettavamo il Gay pride!!
Pica disegna sulla sabbia di una spiaggia nel mare del nord un bellissimo castello “ma non è un castello papà! E’ il muro di Berlino! Vedi? Qui ci sono i muri, qui le barriere, qui le torrette….”
L’Ovetta pianifica le vacanze 2020: “Andiamo negli Usa? Oppure in Asia? Eh? Dai, è il VOSTRO anniversario, NOI dobbiamo fare un bel viaggio” (pare che l’opzione Vostro anniversario-Vostro viaggio non sia contemplata).
Il Monno da fuori di matto quando una cameriera insieme al conto porta anche delle caramelline di ringraziamento: “Pica! Non toccarle! Ad Amsterdam c’è la droga! Non conosciamo quella signora, non puoi mangiare quelle caramelle… ti prego non mangiarle…. Piuttosto le portiamo a casa e le diamo alla nonna!” (tradotto: oh mia sorella adorata non rischiare la tua salute per una stupida caramella, vuoi mai vedere che sia ripiena di ecstasy? Molliamole alla vecchia nonna piuttosto e osserviamo le possibili reazioni…).

A Strasburgo, grande panico tra tutti i bimbi allorquando il cellulare di mamma Ova è rimasto senza batteria subito DOPO aver mandato un sms a papà con il luogo dove tutti si sarebbero dovuti ricongiungere.
“E come facciamo ora? E se papà non ci trova? e se non arriva? e adesso come andiamo in giro?”
“Bimbi,… una volta (udite udite) non esistevano i cellulari e (udite udite) la gente viaggiava ugualmente!”. Stupore assoluto.

L’Ovetta si perde in un negozio di spezie uscendone sognante e “piena” di buoni odori, Pica osserva i giochi di luce notturni sulla facciata della cattedrale con gli occhioni sgranati e la bocca spalancata e il Monno (più pragmaticamente) che cerca di spiegarle dove sono posizionati i proiettori e il modo in cui riescono a proiettare in sincrono sulla facciata della chiesa.Poi tutti in montagna, al mare e, infine, a casa. 
… Se non son vacanze queste! 

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Le vacanze degli Ovetti… viste da mamma e papà

Ci eravamo lasciati con papà Ovo totalmente rintronato dopo una diretta Milano Berlino 1136 km tutti d’un fiato.
Ebbene, il giorno dopo il resto della famiglia Ovetti aveva un comodissimo volo prenotato che li avrebbe ricongiunti all’amato padre in tutta comodità.
Qui, l’allegra famiglia ha passato 3 giorni tra visite storiche, wurster, spiegazioni di cosa fosse la guerra fredda, insalatone varie, corse per prendere la metropolitana, racconti di un brutto ceffo di nome Hitler, megacolazioni in albergo e gran camminate.
Papà Ovo è ritornato per un momento, solo per un momento, all’estate del 1989 quando picconava il muro di Berlino ma poi si è ripreso in scioltezza.

Lasciata Berlino eccoci tutti in macchina verso Amsterdam; località dove papà Ovo aveva avuto (inspiegabilmente) qualche problema a prenotare un albergo a prezzi “umani”.
“L’inspiegabilmente” si è spiegatoo appena messo piede in città e appena capito che quello null’altro era se non il fine settimana dedicato al Gay Pride… ad Amsterdam!
I bimbi si sono quindi goduti la Venezia del Nord tra canali e coffee shop, si sono rifugiati in stazione per sfuggire ad un megatemporale e, nel secondo giorno, hanno mischiato sacro e profano senza soluzione di continuità passando dal museo di Van Gogh al Gay Pride sui canali in festa!

I nostri eroi hanno quindi lasciato Amsterdam ma non prima di aver visto i mulini a vento e aver passeggiato sulla sabbia di una ventosissima spiaggia del mare del Nord.
Poi hanno visitato Bruges dove il tempo pare essersi fermato, hanno fatto incetta di cioccolato e hanno dormito in un albergo per la prima e unica volta in formazione mista: il Monno orgogliosamente con il suo papà (che a metà notte soccombeva definitivamente dopo esser stato ripetutamente colpito alle parti basse da un Monno scatenato… mentre dormiva…. Lui!), Ovetta e Pica con la loro mamma ma forse sarebbe meglio dire Ovetta con la sua mamma e Pica SOPRA la sua mamma. Bellissima notte!

Da lì ultima tappa a Strasburgo dove i nostri eroi hanno dormito in una camera ultragrande tutti e cinque insieme e dove hanno visitato il parlamento europeo (… che se non diventano europeisti gli Ovo genitori li disconoscono…)

Poi, piano piano, il gran rientro a casa, un rapido cambio di valigia ed eccoci per un paio di giorni in montagna. Non che ci si possa riposare troppo: quindi grande escursione alla ricerca dei “tre laghetti”.
Dopo oltre tre ore di cammino, avendone trovati solo due di laghetti, i vetusti approcciavano autoctono personaggio alpino per chiedere delucidazioni ottenendone una frase in “montagnino strettissimo” il cui significato null’altro era che: “ohibo! Qui non ci sono stati mai tre laghetti: sono sempre stati due!”
I nostri eroi hanno dichiarato raggiunta la meta e hanno fatto dietrofront.

48 ore dopo (tempo minimo necessario a mamma Ova per ri-ri-cambiare le valigie) tutta la famiglia si tuffava in mare dove avrebbero trascorso le ultime settimane di ferie.
Papà Ovo solo una settimana (ma gli basta e avanza), mamma Ova due (ma avrebbe anche allungato se avesse potuto) e i cuccioli ben tre! (al termine delle quali però le vacanze son davvero state dichiarate concluse). 

Ci sono parecchi aneddoti da raccontare … ma li lasciamo a settimana prossima; per ora mi accontento solo di fare un grande plauso a Mamma Ova.. sì perché come detto all’inizio di questo post “il giorno dopo il resto della famiglia Ovetti aveva un comodissimo volo prenotato che li avrebbe ricongiunti all’amato padre in tutta comodità”… già MA, c’è sempre un MA, visto che solo 24 ore prima ci eravamo accorti che la carta d’identità di Pica era scaduta (!)
Ora, potrei girarla e rigirarla, potrei dilungarmi, narrare e farne un romanzo ma quel che è giusto è giusto: Mamma Ova ha affrontato nell’ordine la sicurezza dell’aeroporto, l’addetta agli imbarchi, il responsabile della compagnia aerea e le forze dell’ordine. Li ha affrontati sapendo di aver torto marcio, ma li ha affrontati con quel misto di “muso duro” e sfacciataggine (che a dir il vero poco le si riconoscono). E ha trionfato contro tutto e contro tutti riuscendo ad imbarcare la cucciola accolta dagli applausi degli altri passeggeri che, evidentemente, avevano intuito che ella non fosse una pericolosissima terrorista, quanto casomai una mamma italiana con tre cuccioli al seguito che, con un colpo al cerchio e un colpo alla botte, alla fine la portano a casa (quasi) sempre.

Chapeau mamma Ova
                                                                                   (segue settimana prossima)

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