Corona-gita

Dopo la bellezza di 90 giorni consecutivi di permanenza pressochè totale a casa, questa domenica la famiglia Ovetti al gran completo si è svegliata alle ore 7.00 e con un misto di eccitazione ed incredulità si è preparata per la gita fuori porta (in giornata) con amici al seguito!

Un evento che, stante appunto gli ultimi 90 giorni, gli Ovetti hanno assunto ad importanza capitale!

Alle ore 8,05 (dopo che papà Ovo risistemava i sedili posteriori che negli ultimi mesi erano stati abbattuti per consentire alla macchina di assumere una conformazione più alla “furgone” onde poter consegnare più spese ai vecchietti di zona) gli Ovetti e gli amici superavano il cartello del confine cittadino e l’evento veniva accolto da sonoro applauso liberatorio.

Dopo un’oretta e mezzo circa di macchina, ecco quindi che la compagnia di 9 persone (abbiamo tacitamente deciso che per essere “assembramento” si debba essere in dieci), zaini in spalla, scarponcini ai piedi e mascherina in faccia cominciava la sua scampagnata.
La compagnia era così composta: nella sezione Senior (anche detta Matusa) mamma e papà Ovo con mamma L. e papà M.; nella sezione Young (anche detta Raga) l’Ovetta, il Monno, la superyoung Pica, l’Ovetta C. e l’Ovetta E.

Intorno alle 11, quando ormai già il Monno cominciava a pregustarsi i panini (sì… un po’ in anticipo nevvero), ecco dipanarsi sulla sinistra un sentiero assolutamente secondario ai più. Ai più, ma non a papà M. che, di rinomate origini altoatesine e di spiccato senso dell’orientamento, indica senza indugio il sentierucolo come la via maestra che ci porterà sullo “splendido pianoro che ci spetta”.
In realtà, si scoprirà poco dopo, il sentiero ha una pendenza del 120% ed è ricoperto da un’invisibile e rarissima pianta a cui mamma Ova si scopre iperallergica tanto da alternare quattro passi ad uno starnuto… no, scusate, intendevo quattro starnuti ad un passo.
Quando un’ora dopo la compagnia scoprirà che mancherebbe ancora “almeno un’ora e mezzo per scollinare”, la situazione precipita e la compagnia si spezza in mille frammenti: da una parte papà M. (forse sta per Messner?), papà Ovo e mamma L. che optano per tornare indietro sulla via maestra, da un’altra Pica, l’Ovetta e l’Ovetta E. che la prendono con filosofia (eh.. va beh.. se dite che non si può…), da un’altra ancora Mamma Ova che si attacca allo Zirtec per cercare di sopravvivere e infine da un’ultima parte gli Ultras Monno e Ovetta C. che vedono calarsi addosso l’onta della sconfitta e non la prendono benissimo.

Il gruppo decide di tornare indietro e, mentre il Monno accertatosi di non potere proprio abbandonare la madre sofferente per dare l’assalto alla vetta se ne fa una ragione, l’Ovetta C. piazza un muso enciclopedico catalizzando l’attenzione dell’Ovetta in una coalizione teenegeriale contro l’ordine costituito di papà Ovo: segue discesa tra sbuffi, lamenti, sofferenze e addirittura spine di pino che trapassano le suole di scarponcini da montagna infilzandosi con dolori atroci nelle piante dei piedi… papà Ovo accetta tutto di buon grado e recita il rosario tra sè e sè per mantenere la calma.

Alle 13, tornati sulla via maestra, il gruppo di “affetti consolidati” si piazza in riva al ruscello per il picnic, tra chiacchere, spruzzi d’acqua e goliardia varia.

Poco dopo, non avendo ancora trovato lo “splendido pianoro che ci spetta” la banda dei 9 decide di proseguire sulla via maestra e, di lì a poco, ecco aprirsi davanti a loro il famoso pianoro… che poi era bello davvero peccato che ci si fosse trasferita mezza Milano (ed ecco allora che l’aver preso il sentierucolo in mattinata non sembra poi essere stata una cattiva idea… forse che papà M. voglia dire “Ma vedi che lo sapevo!”).

I cuccioli hanno quindi la strepitosa idea di “guadare” il fiume che, in quel punto, si divide in tante piccoli rivoli e ai matusa non resta prima che sperare che non ci cadano dentro di tutto punto vestiti, poi assistono alla (inevitabile) caduta via via di tutti i figli, al loro rialzarsi e al loro sempre più allontanarsi ricadendo ripetutamente nel fiume. 
Constatata l’impossibilità di rinnegare seduta stante la paternità, scatta l’operazione recupero al termine del quale si conterà (dal meglio al peggio): l’Ovetta E. in condizioni discrete, l’Ovetta piangiolenta causa incontro ravvicinato con ortica, l’Ovetta C i cui scarponcini… vabbè, Pica i cui scarponcini, i pantaloni e la felpa… vabbe e il Monno il cui unico punto asciutto era costituito dalla parte alta della maglietta… e ovviamente megasgridata in rigoroso ordine di comportamento.

Ricomposto il gruppo non resta che tornare verso casa con una lunghissima passeggiata di ritorno.

In serata gli Ovetti cenano frugalmente, si docciano velocemente e alle 21,30 le luci si spengono: due minuti dopo russano tutti.

Si, ci voleva.
ci volevano le gambe stanche per i 15 km di montagna,
ci voleva una bella giornata di sole che ti scotta un poco e alla sera ti tira la pelle,
ci volevano le scorribande dei bimbi e anche qualche pazzia,
ci voleva cambiare aria e anche panorama,
ci voleva stare in compagnia ed in bella compagnia,
ci voleva una giornata così… anche con le mascherine… perché è stato bello comunque.

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Incubi omicidi

Sabato pomeriggio
“Ma sei sicura vero Ovetta?”
“Si papà. Ho letto il libro, non ho avuto paura… quindi voglio vedere il film.”
“mmm…. Ok… dunque ne hanno fatte due versioni (almeno che io sappia). Una storica, un po’ datata e con un cast stellare e una recente un po’ più frizzante, veloce e forse anche potrebbe metterti un po’ paura. Quale vuoi vedere?”
“Io comincerei con la prima,… poi semmai….”
“Ottima scelta. Allora sediamoci sul divano e guardiamoci, io e te soli, <<Assassinio sull’Orient-Express>>”!

Due ore dopo l’Ovetta si alzava soddisfatta per non aver pianto e, eccezion fatta per la scena dell’omicidio quando così, solo per sicurezza, si è girata dall’altra parte tappandosi a viva forza le orecchie, per il resto tutto è filato via liscio.
Tanto che ne è seguito un dibattito su cosa sia piaciuto e cosa invece sia stato trovato troppo differente dall’opera letteraria.

Sabato sera tra le ore 23.34 e le ore 01.12
“Mamma, non riesco a dormire”
“Mamma, sono troppo tesa”
“Mamma, sogno cose bruttissime”
“Mamma, sono in ansia”
“Mamma, non ce la faccio proprio”
“Mamma, mi viene da piangere”
…finchè il vetusto padre, armato di cuscino, percorre il tragitto fino alla camera dei bimbi e sussurra all’indirizzo dell’angosciata figlia: “ok.. non ne possiamo più. Vai di là a dormire attaccata a tua madre, forse così ce la facciamo.”
Segue un TUMP! Che il vetusto nel dormiveglia associa alla cucciola appena caduta dal letto salvo poi rendersi conto che la cucciola era già in direzione della camera matrimoniale e che a cadere era stato il Monno… così…non sapendo cosa fare all’una e trentadue di notte!

Ne è seguita una notte “discreta” per papà Ovo raggomitolato nel letto dell’Ovetta e “terribile” per mamma Ova avvinghiata dalla cucciola senza soluzione di continuità.

Domenica mattina ore 8,45
Papà Ovo rientra trafelato dopo una corsetta di 15 km e trova la famiglia intenta nella colazione mattutina con Pica alle prese con la sua ultima scoperta gastronomica (le fette biscottate con la marmellata), mamma Ova con l’occhio pallato da evidente notte in bianco e il Monno intento a spiegare all’Ovetta dettagliatamente le tecniche per prender sonno in casi difficili: tecniche che andrei qui a puntualizzare…

“Allora Ovetta, se non riesci a prender sonno, devi fare come ti ho detto ieri sera! Devi metterti a fare Yoga! Devi sederti sul letto a gambe incrociate, quindi metti le mani così e fai un cerchio tra indice e pollice di tutte e due le mani e poi spingi indietro il collo e in su la testa, e questo è molto importante, perché così sei scomodo e dopo un po’ ti fa male tutto. Ecco, quando proprio non ne puoi più allora cedi e ti schianti di faccia sul letto e li devi concentrarti tantissimo per cominciare a dormire. Capito?”
“E ma io avevo davanti le immagini dell’omicidio: immagini bruttissime! (che si badi lei si è totalmente inventata perché in quel momento -diciamo- che al massimo stava guardando lo schienale del divano).
“Ma in quel caso allora è semplice – ribadisce lo psicoanalista Monno – devi focalizzare l’immagine di cui hai paura e poi metterci sopra una bella croce ma del colore giusto! Deve essere un colore primario… che ne so per esempio se l’immagine ha del rosso…. Allora la croce deve essere blu. Oppure a volte serve una croce rossa o anche verde ma verde chiaro. Capito?”
“E se non funziona?”
“E Ovetta… in quel caso devi per forza chiamare la mamma; vero Papà? Eh?”


“Papà? Vero?”

“… Vero?”

“Ma di cosa state parlando? Si vede che … la corsa proprio mi ha stancato… non vi seguo!”

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Corona uscita

Giovedì pomeriggio, dopo oltre 70 giorni di reclusione, papà Ovo ha radunato la truppa minorenne e ha ordinato un perentorio: “Attenzione! Preparatevi ad uscire!”
Gli Ovetti, a cui in queste ultime 1680 ore non era stato permesso di varcare la soglia del cancello, sono stati presi da un attimo di incredulità.
Poi, con un misto di eccitazione e preoccupazione, i tre nanetti hanno fatto una pipì di sicurezza, stante la meta molto distante, è seguita una seconda pipì del Monno (“papà… magari poi…. No sai…. Mi faccio prendere dall’emozione…”), si sono messi le scarpe (con l’Ovetta che ha subito sentito male al piede perché “queste scarpe non le metto da una vita”) ed infine si sono presentati davanti alla porta dove mamma Ova aveva il compito di far indossare la mascherina.

Qui, i nostri eroi hanno risposto in maniera differente:

l’Ovetta ha messo la mascherina e in meno di tre decimi di secondo si è vista appannare completamente gli occhiali. E’ quindi seguita una fase convulsa di mettietoglilamascherina per cercare un giusto equilibrio tra la sicurezza e l’effetto macchina a novembre sotto un diluvio quando ti si appannano i vetri e proprio non c’è verso di vedere fuori qualche cosa.
Alla fine è uscita in totale sicurezza… ma senza vedere dove andava.

Il Monno ha indossato la sua mascherina senza colpo ferire; poi mentre sua madre spiegava le regole di comportamento specificando di evitare di toccare qualsiasi cosa, lui si stava già ciucciando la mascherina dall’interno, la tirava con la mano sinistra verso la guanciotta mentre con la mano destra cercava di grattarsi dentro il naso.
Alla fine è uscito un po’ teso non tanto per la mascherina, quanto perché conscio che controllare i movimenti delle sue mani non sia opera facilissima.

Pica ha indossato la sua Pica-mascherina con la leggerezza di una modella, ha iniziato a rimproverare i suoi fratelli per qualsiasi cosa facessero e non si è più ammutolita fino al rientro. 
Segno che la mascherina non riduce in alcun modo la sua vena “principesca”.

La truppa è quindi uscita, ha varcato il famigerato cancelletto con un grande applauso spontaneo, ha girato a destra, ha percorso circa trecento metri e ha suonato al citofono del dentista rientrando in casa una mezzoretta dopo. Parafrasando Amstrong: “Una piccola passeggiata per noi, un grande balzo per gli Ovetti!”

Ma due giorni dopo gli Ovetti si sono ripetuti questa volta al completo.
Dopo una procedura di vestizione molto simile, l’intera famiglia Ovetti ha messo il classico “becco fuori di casa” per un giro tra le vie (periferiche) di Ovetti-town: una 3,5 km che li ha portati in un peregrinare di luoghi fino a pochi mesi fa di comunissimo uso comune: la scuola del Monno e di Pica, il campo dell’atletica, la scuola dell’Ovetta, la casa dei nonni.

L’Ovetta, forse per la prima volta, ha cominciato a pensare come potrebbe essere il suo prossimo settembre: tra rumors di teledidattica e scuola a metà, a lei giustamente premerebbe tornare a vedere le amiche, ad andare in bicicletta all’alba con la mega cartella, a tornare chiacchierando all’infinito.

Il Monno che, comunque, ha già trovato nella chiusura della scuola un’ottima notizia stante anche la chiusura della mensa che gli permette di mangiare ! (“Mamma quello che mi danno in mensa…. È poco!!!”), ha guardato un po’ melanconico il suo campo di atletica e realizzato che no, questa estate niente feste di primavera, estate, ecc…

Pica, per l’occasione, ha deciso di mettersi i suoi occhiali da sole e di portarsi la macchina fotografica; poi è partita di gran carriera ma è arrivata a casa distrutta: 70 giorni di blocco hanno sfiancato la cucciola!

In compenso tutti hanno ridato un’occhiata alle vie della propria piccola cittadina, tra musiche alla finestra, sdraio sui terrazzi a prendere il sole, un parrucchiere improvvisato sul balcone, il primo sole che brucia la pelle e quel senso di estate che si avvicina… che meraviglia!

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